Home LA PIETRA DI MINERVA - di Giancarlo Altavilla Una lettera di Madre Terra ai suoi ospiti

Una lettera di Madre Terra ai suoi ospiti

by Giancarlo Altavilla

Spero che il Coronavirus vi insegni a rispettare la vita e il mondo, ad accettare che, a volte, i limiti del vivere di ognuno sono gli abissi dell’esistenza di tutti

Carissimi, sono la Terra. Sì, la Terra, il pianeta, sono quel globo terrestre in cui vivete, occupandone tutto quanto vi aggrada. Approfitto della buona disponibilità di questa rivista per rivolgermi a voi, amici, fratelli, infine miei ospiti.

Sono lustri che cerco di parlarvi; e sono anni che qualcuno tra voi prova a comunicarvi quel che inutilmente io ho provato a dire.

Cari uomini, non state da molto tempo sulla mia crosta; a ben vedere, rispetto ad altri che ho ospitato prima di voi, la vostra presenza su di me è di breve periodo. Più a lungo di voi mi hanno abitato i dinosauri, i mammut, e infinite altre specie animali. Io ho ospitato tutti, e volentieri. Certo, ogni tanto ho imposto il cambiamento di qualche mia abitudine, diciamo così, ambientale: ho voluto il caldo, il freddo, una volta il gelo; ho cambiato la profondità e l’ampiezza dei mari, ho elevato e piallato montagne… Insomma, come dite voi, ho fatto… come fossi in casa mia.

Alcuni dei miei ospiti, piuttosto che adattarsi alle mie regole (in fin dei conti il padrone di casa sono io) hanno preferito sparire. Sì, proprio, sparire, nel senso di morire, estinguersi, e ciao. Altri, i più rispettosi delle regole del mondo, si sono invece adattati, cambiando le abitudini e trasformandosi via via in quel che li rendeva compatibili con i voleri miei, che, credetemi, non sono capricciosa, ma, come tutti i padroni di casa invasi dagli ospiti, ogni tanto amo far capire chi è che comanda.

E, inutile dirlo, nel mondo comando io.

Dicevo, tra tutti i miei ospiti voi uomini siete gli ospiti appena arrivati. E non ho difficoltà a confessarlo, siete quelli più simpatici e vivaci. Però, diciamolo, che casino che fate. In spregio alle più elementari regole del rispetto delle cose degli altri, della riconoscenza per essere ospitati in un luogo che, così bello, non ne trovate altri, vi siete convinti di poter fare quel che vi pare, usando, abusando, sporcando e consumando. E io, hai voglia a dirvi, Guardate che così si va poco lontano – Ehi, non potete fare i comodi vostri – Uomini, aspetto altri ospiti in futuro e non voglio offrire loro meno di quanto ho offerto a voi.

Macché, parole senza approdo.

E a niente sono valsi i miei rimbrotti più energici. Dalla collera ho tremato e son cadute le vostre case. Per la rabbia ho sbuffato e il vento ha sradicato gli alberi e agitato i mari, fino a distruggere meravigliosi paesaggi e spiagge. Ho pianto, e le mie lacrime sono diventate piogge battenti che hanno ingrossato i fiumi, spodestandoli dai loro letti e hanno allagato le vostre piazze, le strade, le case e le chiese. Ho chiesto una mano al sole, che ha provato ad aiutarmi distribuendo il suo calore a casaccio, fregandosene dell’ordine delle vostre stagioni e scottandovi brutalmente invece che abbronzarvi dolcemente.

Niente. Non è servito a niente.

Passato l’effetto dei miei moniti, tutto è tornato come prima.

E chi ha provato a dire che quelli erano segnali di un padrone di casa un po’ stufo, si è sentito rispondere che la Terra è buona e i suoi capricci non sono ostili all’uomo, ospite suo prediletto. E quindi, usi e abusi, inquinamenti e consumi, come in un set di grande ed eterna bellezza. Testardamente. Soffro del vostro egoismo, della vostra indifferenza alle mie ragioni, di più sapendo che, offendendo me, pregiudicate voi stessi.

In questi giorni, uomini miei cari, siete attanagliati da un virus che chiamate Corona. Vedo che vi preoccupa e avete ragione. Infetta, ammala e a volte uccide. Siate certi, io non c’entro. Non è un malefizio che ho voluto io. Mai e poi mai tratterei così i miei ospiti, nemmeno per convincerli a farsi più attenti alla delicatezza del mondo in cui abitano. Questo Coronavirus voglio io per prima che lasci subito la Terra, che è un luogo troppo bello e (ferocemente) armonioso per dare spazio ad uno stupido virus senza scrupoli.

Però questo morbo dovrebbe farvi riflettere.

A quanto vedo, da qualche giorno avete cambiato le vostre abitudini sociali. Non spontaneamente, figuriamoci. Qualcuno, per evitare il diffondersi del Corona ha ordinato la chiusura dei bar, dei ristoranti, dei porti e degli aeroporti, delle stazioni e delle sale bingo; ha proibito i baci e gli abbracci, gli incontri e lo sport. E così, in un fiato, tutto è cambiato.

Le città hanno recuperato ossigeno, le polveri sottili hanno smesso di avvelenarvi, il rumore ha ceduto il passo al silenzio, gli incidenti stradali sono finiti, gli acquisti compulsivi pure. La divinità di voi uomini smart, la Finanza e la sua ancella, l’Economia, hanno abbassato lo sguardo, riconoscendo la relatività e la derogabilità di leggi sciocche pensate dai potenti.

Allora si può fare?

È possibile cambiare qualche abitudine e accorgersi che quel che in fine conta non è solo produrre e consumare, speculare e approfittare, guadagnare e accumulare? Sì, cari uomini, è possibile. Senza ‘decrescere’, ma vivendo per quel che siete, ospiti della Terra, e accettando che i comandi dell’etica segnino il confine delle vostre azioni. Per rispettarmi e non abusare della mia ospitalità, non avete voluto cambiare alcuna abitudine, rinunciare ad alcun vizio, sordi all’auspicio di un nuovo umanesimo più accorto, prudente, rispettoso del mondo e di chi lo abiterà domani.  Solo la paura di un virus micidiale ha mischiato le carte e reso il senso di quanto siano miserabili l’affanno produttivo e il consumismo mai satollo.

Oggi, nei giorni dell’inerzia forzata, nelle ore della giostra ferma e a luci spente, vi siete accorti che stringersi la mano è bello, che abbracciarsi è un’emozione, che stare vicini, andare al cinema e ascoltare la musica in teatro è quel che rende meravigliosa la vita. Ora sapete quanto sia gradevole passeggiare in un parco e baciare un amico, quanto sia più intenso parlarsi seduti intorno al tavolo che attraverso lo schermo di un computer.

Vi siete accorti che i vostri confini, politici, ideologici e territoriali sono sovrastrutture che nulla possono opporre alla fragilità di quel che siete: uomini.

Io sono la Terra e amo il vostro vociare, le vostre ambizioni e l’altezza (a volte) del vostro pensare.

Il sono la Terra in cui voglio che viviate serenamente fino alla fine del tempo.

Il sono la Terra, grande, ricca e generosa, e ho bisogno di essere amata e rispettata perché possa rimanere la casa di tutti.

Che il Coronavirus molli presto la sua presa.

Che il Coronavirus vi insegni a rispettare la vita e il mondo e ad accettare che, a volte, i limiti del vivere di ognuno sono gli abissi dell’esistenza di tutti.

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