di ALDO BELLI – Demonizzare è pericoloso quanto minimizzare. La tragedia provocata da un litigio per un iPhone dovrebbe far riflettere tutti.

L’informazione che specula sulle disgrazie umane andrà pure di moda, ma rimane sudicio sparato dal ventilatore. Se risulta così indispensabile per vendere i giornali ed avere follower sui siti web, tuttavia, significa che il sudicio ha ormai straripato l’alveo del senso comune capace di distinguere.
Dalle cattedre di diritto un tempo ci insegnavano a comprendere la portata delle norme giuridiche e la loro interpretazione attraverso i casi estremi. “Litigano per un iPhone, dodicenne aspetta che la cuginetta di 8 anni si addormenti e la uccide soffocandola con un cuscino. Il fatto è successo in Tennessee ed è stato ripreso dalle telecamere del parental control”. Del resto, che un “iPhon vale la vita” me lo ricorda spesso il giovane figlio di un amico che puntualmente lamenta la propria inferiorità per il fatto di avere uno smartphone bello e funzionante quanto si voglia, ma non un iPhone. “L’iPhone è un’altra cosa”. E sulla tecnologia potremmo anche essere d’accordo, se il punto non riguardasse l’uso, ma la griffe. Lo stesso discorso potrebbe valere in molti altri casi, pure per le mutande per le quali qualcuno anni fa venne lanciata la moda dei jeans che camminando calano sulle chiappe lasciando in evidenzia il marchio sull’elastico.
La tragedia della dodicenne americana dovrebbe, invece, fare riflettere. A quanto pare è accaduto in una famiglia normale, come tante, e non risulta che la ragazzina, adesso accusata di omicidio e manomissione delle prove, avesse precedentemente dato segni particolari di squilibrio mentale avvertiti a scuola o dai genitori. Poteva trattarsi di un qualsiasi altro oggetto conteso, per cui è inutile demonizzare l’iPhone. Ma demonizzare non è meno pericoloso del minimizzare. E quando i fatti accadono, dovrebbero essere utili almeno per cogliere l’occasione, allargando l’orizzonte del loro significato
Le nostre famiglie vivono ormi da anni con un estraneo in casa, niente di paragonabile con l’influenza esercitata dall’avvento della televisione. E questo estraneo dalla voce multiforme nascosta dentro un auricolare dialoga, o meglio dire monologa, ad ogni ora del giorno e della notte con i nostri figli. Cosa gli dica, alla fine, lo sanno solo loro. Quello che gli adulti vengono a sapere è solo ciò che viene loro raccontato.
In Italia il 78,3% di bambini tra gli 11 e i 13 anni utilizza internet tutti i giorni e lo fa soprattutto attraverso lo smartphone. Si abbassa sempre di più l’età in cui si possiede o utilizza uno smartphone, con un aumento significativo di bambini tra i 6 e i 10 anni che utilizzano il cellulare tutti i giorni dopo la pandemia: dal 18,4% al 30,2% tra il biennio 2018-19 e il 2021-22.
Nel febbraio scorso il Movimento 5 Stelle ha presentato una proposta di legge all’Assemblea Siciliana per vietare l’uso delle apparecchiature digitali ai bambini nei primi anni di vita e a limitarne fortemente l’uso fino ai 12 anni. L’iniziativa è stata del pediatra-deputato Carlo Gilistro. Non mi pare, purtroppo, che abbia ricevuto una qualche meritoria attenzione fuori dalla Sicilia anche all’interno del suo partito.
In compenso, il Governo Meloni per la telefonia mobile ha esteso l’uso dei campi elettromagnetici da 6 a 15 V/m. E prima del Governo Meloni il governo di opposto segno politico ai bambini e ai ragazzi aveva pensato sì, acquistando i banchini a rotelle, e prima ancora…
Insomma, la famiglia ha un proprio ruolo, ma anche lo Stato. Sicuramente sono venuti meno i ruoli moderni di entrambi, e non mi meraviglierei troppo se di fronte ad una legge del Parlamento che imponga il divieto dei cellulari fino all’età di 12 anni, fossero proprio gli adulti i primi a sollevare il grido di un attacco alle libertà individuali.
(foto: composta – licenza pxhere – https://pxhere.com/it/photo/1331154 – https://pxhere.com/it/photo/1331155)
