Home PENSIERI BREVI - di Pier Franco Quaglieni Walter Tobagi e la coscienza grigia dell’Italia

Walter Tobagi e la coscienza grigia dell’Italia

by Pier Franco Quaglieni
Walter Tobagi

Dopo quarantanni dall’omicidio, l’Italia deve sempre risolvere la responsabilità morale e culturale di quella mano assassina

Sono passati 40 anni dall’omicidio del giornalista del “Corriere della Sera” Walter Tobagi, ammazzato da un gruppo terrorista minore dell’area eversiva della sinistra, composto anche da giovani di buona famiglia, che uscirono dal processo con pene ridicole rispetto ad un omicidio così barbaro, collaborando e dissociandosi.  

Tobagi era un mite, un tollerante, un giornalista indipendente che non si lasciava condizionare, ma era sempre alla  ricerca della notizia e dell’approfondimento. Tra i tanti giornalisti settari degli Anni Settanta, che fecero della demagogia militante la loro missione, il cattolico e simpatizzante socialista Tobagi seppe distinguersi nettamente. I suoi articoli erano delle analisi lucide e spassionate. Celebre quella in cui sondò la “pancia” della provincia lombarda nel 1976, mettendo in evidenza la rabbia della gente comune verso la politica alla vigilia del Governo di unità nazionale. Un preannuncio di quello che dieci e più  anni dopo sarebbe stato il successo della Lega in Lombardia.

Tobagi ebbe il coraggio di scandagliare nel profondo le formazioni terroristiche, mettendone in evidenza errori, personalismi, mancanza di strategia politica. Fu simile a Carlo Casalegno che ebbe il coraggio di scrivere del terrorismo e della violenza come arma politica inaccettabile. Ambedue pagarono con la vita.

Proprio nel 1980 Mario Soldati, neo presidente del Centro” Pannunzio”, lo invitò ad aprire in ottobre la nuova stagione del Centro, che vedeva in lui un esempio di giornalismo fuori ordinanza. La morte il 28 maggio impedì quell’incontro che nella Torino ancora insanguinata dal terrorismo sarebbe stato un atto di coraggio e un colpo a certo intellettualume giornalistico e universitario torinese ambiguo sul tema del terrorismo, malgrado la morte di Carlo Casalegno.  

Tobagi vide e denunciò la zona grigia che era attratta dai terroristi e, sotto sotto, simpatizzava con essi. Anche certi ambienti milanesi radical-chic dimostrarono la loro pochezza quando venne gambizzato Indro Montanelli. Erano ambienti  legati allo stesso “Corriere”  come Giulia Maria Crespi, proprietaria della testata.

Tobagi rilevò anche come veniva perseguitata la destra vista come il male assoluto da abbattere e verso cui era giustificata e persino doverosa la violenza come dimostrò “Lotta Continua” in tante occasioni, non ultima quella dell’Angelo Azzurro” dove fu vittima un giovane studente lavoratore arso vivo dalle molotov lanciate da personaggi che ancora oggi pretendono, come se niente fosse accaduto, di ricoprire ruoli pubblici.  Di fronte ad un grave episodio di intolleranza (ma poi ci furono anche dei morti tra i missini) nei confronti di un giovane di destra, Tobagi andò ad intervistare due coscienze dell’Italia civile: Arturo Carlo Jemolo e Norberto Bobbio. Riporto le loro dichiarazioni perché indicano la scelta della democrazia e della tolleranza che è il lascito più grande di Tobagi.

Jemolo disse: “Qualunque pensiero politico è libero e legittimo, anche se discordante con la Costituzione, purché non inciti direttamente al crimine”. E Bobbio a sua volta disse: “non riesco a vedere una ragione plausibile per trattare il fascista in modo diverso da qualsiasi altra persona”. Lezioni rimaste inascoltate che ci indicano il  metodo  liberale della tolleranza praticato in quegli anni solo da Marco Pannella.

Nel maggio del 1978 lo conobbi di sfuggita in un convegno del “Mulino” a Bologna in cui si discuteva del compromesso storico e il mio amico e maestro Nicola Matteucci prese le distanze da altri suoi colleghi cattolici progressisti,  aperti a quell’ipotesi nefasta che avrebbe creato in Italia la “Repubblica conciliare ” di cui parlava Spadolini.

Me lo ricordo molto diverso da tanti giornalisti che conoscevo. Se non fosse stato ucciso a 33 anni, sarebbe stato un nuovo Ronchey senza l’esperienza internazionale e la cultura di Alberto, ma uguale a lui nello scrupolo nel cercare e controllare le notizie per rispetto della verità e dei lettori. Sarebbe potuto diventare un ottimo direttore del “Corriere della Sera” come Piero Ostellino, anche se dubito che una direzione Tobagi sarebbe potuta durare molto. Certo sarebbe potuta essere una direzione totalmente opposta a quella di Piero Ottone che aprì alla demagogia il giornale che fu di Luigi Albertini. Il suo fu un esempio che i giornalistini che imperversano nelle televisioni con il loro becero e arrogante protagonismo, non conoscono e non saprebbero praticare per mancanza di professionalità, di cultura  e di umiltà.

Ricordo un piccolo particolare forse insignificante per molti, ma per me allora illuminante. Tobagi portava la cravatta in tempi in cui ci si presentava in tv in maniche di camicia come si fa oggi, dimostrando trascuratezza e spavalderia anche nel modo di vestire oltre che di parlare e di scrivere. Un elemento piccolo piccolo certo, ma manifestazione di uno stile che in quegli anni si era perso del tutto. 

Mario Pannuncia, la civiltà liberale (di Pier Franco Quaglieni)

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